Semiotica e composizione in Fotografia !

Composizione dell’immagine e ricerca del senso semiotico nella costruzione delle foto

a cura di Salvatore Pucci D.a.m.s. Bologna

Molto spesso cercando nei vari manuali di fotografia i consigli che si trovano riguardo la composizione fotografica, possono sembrare molto rigidi, come se un risultato soddisfacente si possa ottenere solo applicando alcuni schemi stilistici. Semmai si deve considerare una regola come un semplice distillato d’idee, che i fotografi, pittori e altri artisti nei secoli precedenti all’invenzione della fotocamera hanno trovato efficaci nel produrre concretamente immagini. La composizione di un’immagine funziona se la disposizione dei vari elementi serve a creare o stabilire una sorta di comunicazione con il pubblico cui è destinata. Spesso il trucco sta nel riconoscere gli elementi chiave che compongono la scena, e di conseguenza studiare la posizione della fotocamera e i valori di esposizione per isolare questi elementi dal caotico miscuglio d’informazioni visive che il più delle volte è la rovina di molti fotografi. Per far ciò prima di elencare alcuni metodi di composizione sarà meglio prima avventurarsi nel campo semiotico.

Sematic field forever

Questa piccola incursione nel campo semiotico è dovuta al fatto che nella costruzione di una foto bisogna tenere presente anche i complessi meccanismi che coinvolgono l’utilizzatore finale, dell’immagine e come questo interpreta i segni posti all’interno dei nostri “quadri”. Giocare al ruolo dell’interprete significa affrontare un’attività di problem solving che investe la capacità di produrre senso da oggetti che hanno significati velati. Anche nel più anticonvenzionale degli spettatori sarà difficile non trovare magari accuratamente occultata, una concezione del proprio oggetto di studio nei termini di un gruppo di entità testuali dotate di significati o significanti da svelare. L’attività del critico e dello spettatore ha quindi a che fare in modo stretto con la nozione di significato. Ora proverò ad elencare qualche tipologia di significato che può essere succedere durante la visione di una foto, in modo da facilitar la scelta dei modi in cui costruire e riprendere una scena.

1)significato referenziale:

Quando lo spettatore guarda, un’immagine può costruire un primo livello di senso formulando ipotesi, creando dentro di se una sorta di fabula e diegesi, ricercando coordinate spazio-temporali dell’universo rappresentato mediante l’elaborazione di un set di conoscenze sia fotografiche, che extra fotografiche, sia di validità stabile. Questo primo livello di senso si può chiamare referenziale. Dove la referenza riguarda materiale sia reale sia immaginario.

2) significato esplicito:

Esso entra in gioco quando lo spettatore mediante un’operazione astrazione assegna ad alcune parti della foto un valore particolare, un significato più concettuale. In questo senso lo spettatore presume sempre che la foto comunichi i suoi significati direttamente, ma modellizza le informazioni presenti nella foto secondo un principio unificante.

3) significato implicito:

Esso riguarda i significati simbolici che lo spettatore può attribuire alla foto come manifestazione di senso non immediatamente evidente. Si presume qui che la foto comunichi in modi indiretti e che il lavoro di lettura debba cogliere una serie di temi e problemi che il testo veicola in modo non esplicito.

4) significato sintomatico:

Si tratta di quella tipologia di significato che si ottiene partendo dal presupposto che la foto comunica non solo in modo indiretto ma addirittura in modo involontario. Significati sintomatici possono essere riportati sia forme si espressione individuale, sia a forme di manifestazione collettiva.

Ora mettersi nei panni di chi osserva, è untile in quanto ci permette di veicolare ciò che vorremmo esprimere nelle nostre immagini attraverso una corretta composizione. Sapere come ognuno di noi fruisce di un’immagine è rassicurante e ci aiuta nelle nostre composizioni e nella nostra ricerca di soggetti da catturare fotograficamente.

Un po’ di tecnica

Come ho già detto all’inizio di quest’articolo l’errore che maggiormente si rischia di fare nel creare una foto è quello di creare un miscuglio d’informazioni che nuocono alla trasmissione delle idee. Qui di seguito elencherò alcuni schemi di composizioni che possono essere utili in ogni occasione, tenendo presente che come afferma l’amico e fotografo Domenico Palopoli: (visto che questo studio è frutto di varie discussioni con lui su come va composta una foto)<< La pratica supera la teoria>> nel senso che solo provando si arriva a poter costruire o selezionare gli elementi giusta da fotografare e porre in risalto, nei quali racchiudere la forze del nostro flusso di idee.

Tipi di composizione:

  • Composizione sulla diagonale:
    il rettangolo dell’inquadratura viene diviso teoricamente, in due triangoli da una diagonale. Un triangolo è di solito, più scuro dell’altro. In genere lungo la diagonale sono individuabili due punti di maggior interesse. La composizione sulla diagonale obbliga a un punto di ripresa leggermente angolato rispetto al soggetto. E’ uno dei modi di comporre più classico ed elegante. E’ un tipo di composizione spesso trascurata, perché molti di noi prediligono punti di ripresa frontali.
  • Composizione a triangolo:
    dalla composizione delle masse, e delle linee, non si fatica a percepire una composizione a triangolo,  che poggia saldamente sulla base. Composizione molto stabile, che ben si adatta ai soggetti statici, che vogliono ispirare una impressione di tranquillità.
    Classica composizione del ritratto, dove la testa rappresenta uno dei vertici del triangolo.
  • Composizione circolare:
    attorno a un punto di interesse vengono sistemati tutti gli altri elementi, come a formare una corona. Utilizzata spesso nella fotografia di paesaggio, quando una serie di quinte, in primo piano, attornia il soggetto principale.
  • Composizione a radianti:
    da un punto di maggior interesse si dipartono linee ideali, che conducono a una serie di particolari significativi, presenti nel resto dell’inquadratura.
  • Regola dei terzi:
    è la più conosciuta e la più usata, anche dai pittori. Immaginiamo di dividere l’inquadratura in una griglia con due linee verticali e due orizzontali. Abbiamo così il fotogramma diviso in nove quadratini. Il punto di maggior interesse lo abbiamo nei punti di intersezione delle linee.

Spero che queste poche righe possano essere d’aiuto a chiunque si come dietro il mirino di una macchina e vi saluto riportando uno scritto di Wim Wenders sulla fotografia.

“TO SHOOT PICTURES…”
di Wim Wenders (Una volta, ed.
Socrates)

“Sparare” fotografie. Quello del fotografare è un atto nel tempo,nel quale qualcosa viene strappato al suo momento e trasferito in una diversa forma di continuità. Si pensa sempre che ciò che viene strappato al tempo si trovi davanti alla macchina fotografica. Ma non è del tutto vero. Fotografare è infatti un atto bidirezionale:in avanti e all’indietro. Certo, si procede anche “all’indietro”.Il paragone non è poi tanto stravagante. Come il cacciatore appoggia il suo fucile,mira alla selvaggina davanti a lui,preme il grilletto,e quando parte il proiettile viene spinto indietro dal contraccolpo,così anche il fotografo viene risospinto verso se stesso premendo il dispositivo dello scatto. Una fotografia è sempre un’immagine duplice:mostra il suo oggetto e – più o meno visibile –dietro”, il “controscatto”:l’immagine di colui che fotografa al momento della ripresa.
Questa controimmagine, presente in ogni fotografia, non viene fissata dall’obiettivo,così come il cacciatore non viene colpito dal suo proiettile,ma ne avverte soltanto il contraccolpo. Cos’è dunque il “contraccolpo” del fotografo?Come viene percepito,come si riproduce nell’immagine fotografata?Che cosa lo rende, per così dire, evidente nella fotografia?In tedesco c’è una parola molto significativa per indicare questo concetto,una parola che conosciamo da contesti del tutto diversi:disposizione. (In tedesco: Einstellung, n.d.t.)
In senso psicologico o morale s’intende con essa sottolineare l’atteggiamento col quale qualcuno “si dispone a qualcosa”,ovvero si prepara a qualcosa per poi ri-prenderla. La “disposizione”è però anche un concetto nella fotografia o nel film,e definisce l’immagine e il suo taglio,ma anche il modo in cui si dispone la macchina fotografica rispetto ai valori della luce e dei tempi,con i quali l’operatore poi si dispone alla “ripresa”.Naturalmente non è un caso che la stessa parola definisca tanto l’atteggiamento quanto l’immagine prodotta mediante lo stesso. Ogni “disposizione” (e quindi ogni immagine)riflette la “disposizione” di colui che ha “ripreso” questa immagine.
Al contraccolpo del cacciatore corrisponde nella fotografia il ritratto, più o meno visibile,di colui che fotografa. Non vengono fissati i tratti del volto,bensì il suo atteggiamento, la sua disposizione verso ciò che gli stava davanti. La macchina fotografica è dunque un occhio che può guardare nel contempo davanti e dietro di sé. Davanti scatta una fotografia,dietro traccia una silhouette dell’animo del fotografo:ovvero coglie attraverso il suo occhio ciò che lo motiva. Una macchina fotografica vede perciò davanti il suo oggetto,e dietro il motivo per cui questo oggetto doveva essere fissato. Mostra le cose e il desiderio di esse. Verso ciò che è davanti assume un atteggiamento,e altrettanto verso ciò che sta dietro. Ecco. Ogni secondo in qualche parte del mondo qualcuno fa uno scatto e fissa qualcosa perché lui, o lei, sono affascinati da una certa luce,da un volto,da un gesto,da un panorama,o da un’atmosfera,o semplicemente perché una situazione doveva essere fissata. Gli oggetti della fotografia,questo è evidente, sono innumerevoli. Ogni secondo li moltiplica di nuovo all’infinito. Ogni istante del fotografare,in qualche parte del mondo, è però unico e incomparabile. Il tempo,il tempo inarrestabile, ne è un garante. Perfino le migliaia e migliaia di istantanee dei turisti,le “photo opportunities” appositamente segnalate,sono, prese in sé, incomparabili e uniche.
Il tempo,perfino nei suoi momenti più banali e lapidari,come nello”scatto” dei turisti, è unico e irripetibile. Ciò che è straordinario in ogni fotografia non è tanto il fatto che là,secondo l’opinione corrente,sarebbe stato “fissato il tempo”,bensì il contrario che proprio in ogni foto esso torna a dar prova di quanto sia in-arrestabile e continuo.
Ogni foto è una rievocazione della nostra mortalità. Ogni foto tratta della vita e della morte. Ogni foto ha un’aura di sacralità. Ogni foto è più dello sguardo di un uomo,è superiore alle capacità del suo fotografo. Ogni foto è anche un aspetto della creazione al di fuori del tempo, da una visuale divina.
Di fatto il fotografare (o meglio il poter fotografare)è “troppo bello, per essere vero”.Ma è anche altrettanto troppo vero per essere bello. Perciò fotografare è sempre anche un atto di presunzione e di ribellione. Fotografare insegna l’intemperanza o l’umiltà.(Dietro alle foto veramente “buone” però si scorge sempre l’occhio umile).
Se una macchina fotografica riprende dunque in ambedue le direzioni,in avanti e all’indietro, fondendo le due immagini tra loro,in modo che il “dietro” si dissolva nel “davanti”,allora essa permette al fotografo già nell’istante della ripresa di essere davanti, dentro alle cose, e non separato da loro. Attraverso il mirino colui che fotografa può uscire da sé ed essere dall’“altra parte”, nel mondo,può meglio comprendere, vedere meglio, sentire meglio, amare di più.(E certo, purtroppo, anche disprezzare di più. C’è anche quello infatti, lo “sguardo cattivo”.)
Ogni fotografia, ogni “Una volta” nel tempo,è anche l’inizio di una storia che comincia con “C’era una volta…”.Ogni foto è anche la prima chiave di un film. Spesso poi il momento successivo, i piccoli progressi,il nuovo scatto, l’immagine che segue sono già uno scovare le tracce del procedere di questa storia nel suo proprio spazio e nel suo proprio tempo. Per me in ogni caso il fotografare era diventato “nel corso del tempo”sempre più uno “scovare le tracce di storie”.
Perciò in questo libro ci sono più serie di immagini che non immagini singole. In ogni seconda immagine ha inizio il montaggio,si muove la storia che si era annunciata nella prima immagine,il suo senso dello spazio si svolge nella direzione che le è propria,lasciando presagire il suo senso del tempo. Talvolta il presunto protagonista si presenta in un ruolo del tutto secondario. E talvolta non c’è un personaggio di primo piano ma un paesaggio. Credo fermamente nella forza creativa dei paesaggi nell’ambito di una storia.
Ci sono paesaggi,siano essi città, luoghi deserti,paesaggi montani, o tratti costieri,che addirittura reclamano a gran voce una storia. Essi evocano le “loro storie”, sì, se le creano. I paesaggi possono essere veramente personaggi e le persone che vi compaiono semplici comparse. E poi credo altrettanto fermamente agli accessori. Cosa non può raccontare il giornale apparentemente dimenticato per caso in una foto!Oppure il cartello pubblicitario sullo sfondo!O la macchina parcheggiata al margine della strada!Una sedia!Come se ne sta lì!Come se proprio ora qualcuno si fosse alzato!Un libro aperto su un tavolo!Il mozzicone di sigaretta sul marciapiede!
Nelle foto le cose possono essere tragiche,terribilmente buffe, divertenti o tristi. Per non parlare dei capi di vestiario!Nulla può apparire più eccitante nelle foto. La calza che scende sulla gamba di un bambino!Il bavero rivoltato di un uomo che si vede solo da dietro!Macchie di sudore! Pieghe!Bottoni che mancano! Cose appena stirate!La storia della vita di una donna riepilogata nel suo vestito!Il dramma di un uomo espresso nel suo cappotto!Il vestiario indica la temperatura di un’immagine,la data, l’ora,periodi di guerra e di pace,periodi intermedi.
E tutto appare sempre e soltanto una volta,e di quell’una volta, la foto fa poi un sempre. Soltanto attraverso la fotografia il tempo diventa visibile,e nel tempo, tra la prima fotografia e la seconda appare la storia,che senza queste due foto sarebbe caduta nell’oblio di un altro sempre. Così come io mentre fotografavo volevo perdermi fuori, nel mondo e dentro alle cose,allo stesso modo ora il mondo e le cose scaturiscono dalla fotografia per entrare in me (o in ogni altro osservatore)e là vogliono continuare ad agire. Soltanto “là” nascono le storie,là nell’occhio di colui che osserva.
Spero che questo libro di fotografie diventi un libro di storie. Non lo è ancora, ma lo può diventare attraverso chiunque abbia voglia di ascoltare il suo vedere.

About these ads

One response to this post.

  1. Posted by Valeriok on marzo 4, 2010 at 8:21 pm

    Molto interessante, sopratutto la parte sui TIPI DI COMPOSIZIONE….sono cose che uno magari inconsciamente già applica nel momento dello scatto, ma avendole ben delineate gia da prima può essere sicuramente un vantaggio…Grazie Cosimo.

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: