Shinichi Maruyama : Wabi Sabi “La bellezza delle cose incomplete”

Shinichi Maruyama

“La bellezza delle cose incomplete”



Wabi-sabi costituisce una visione del mondo giapponese, o estetica, fondata sull’accoglimento della transitorietà delle cose. Tale visione è anche descritta come “bellezza imperfetta, impermanente e incompleta” Leonard Koren, autore di Wabi sabi for artists, designers, poets and philosophers afferma nello stesso testo che “ tutti ricercano il Wabi-sabi ,la visione del mondo giapponese, la bellezza delle cose imperfette, impermanenti, fragili, incomplete, umili e modeste, non convenzionali “.

Questa concetto di impermaneza e divenire , derivante della dottrina Buddhista , è alla base degli ultimi lavori dell’artista giapponese Shinichi Maruyama che riprende ,in una serie di 23 scatti , l’interazione tra getti d’acqua e inchiostro nero nell’istante esatto in cui i due liquidi si incontrano prima di mischiarsi tra loro.

“Kusho“è il nome della collezione in cui Shinichi Maruyama raccoglie i suoi lavori fotrografici dando l’idea , tramite l’accostamento dei due liquidi che a mezzaria formano figure di forte impatto estetico , della temporaneità ed incompletezza a cui tutto fa riferimento . Una scrittura nel vuoto (da ku = vuoto  o  aria e shu = scrittura o calligrafia ) catturata nel momento di massima espressione artistica ed avente il prerequisito fondamentale di appartenere ad un sistema casuale e transitorio , ad un istante di tempo prima che i due liquidi si incontrino e si mescolino tra loro ritornando ad assumere la loro forma originaria .

“Nulla dura, Nulla è finito, Nulla è perfetto” Powell, Richard R.,” Wabi Sabi Simple

Al valore artistico di questi scatti si aggiunge un’eccellente padronanza dello strumento fotografico: basti pensare che per catturare l’attimo esatto dello scontro, l’artista si avvale di luci stroboscopiche di ultimissima generazione che consentono all’obiettivo di fermare un’immagine a un ventimilesimo di secondo .


Se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è wabi-sabi

Juniper, Andrew, Wabi Sabi: The Japanese Art of Impermanence

Fonti e Approfondimenti :

- www.shinichimaruyama.com

-www.mensmentore.com

- Wabi-Sabi

Apple rilascia Aperture 3.0



Apple ha rilasciato oggi Aperture 3, la nuova versione del proprio software per l’editing e la gestione delle foto, con oltre 200 nuove funzionalità, fra cui Faces, Places e Brushes. Basato sulle funzionalità Faces e Places introdotte con iPhoto ’09, Aperture 3 rende più semplice e veloce l’organizzazione di grandi librerie di foto. Aperture 3 introduce nuovi strumenti per ritoccare le foto, fra cui Brushes (Pennello) per applicare miglioramenti di immagine a parti delle foto, e Adjustment Presets (Ritocchi Predefiniti) per applicare effetti fotografici professionali con un solo click. Nuove sequenze di presentazione premettono di condividere il lavoro integrando insieme foto, audio, testo e video HD.

“Milioni di persone amano utilizzare iPhoto per organizzare, elaborare e condividere le proprie fotografie digitali,” ha affermato Philip Schiller, senior vice president Worldwide Product Marketing di Apple. “Aperture 3 è pensato sia per i professionisti che elaborano e gestiscono immense librerie di foto, sia per gli utenti di iPhoto che vogliono migliorare ancor più le proprie foto con strumenti facili da utilizzare come Brushes e Adjustment Presets.”

Aperture 3 permette di organizzare grandi librerie di foto con una flessibilità ancora maggiore utilizzando ‘Projects’ e le nuove funzionalità ‘Faces’ e ‘Places’. ‘Faces’ utilizza l’identificazione e il riconoscimento del volto per trovare e organizzare le foto secondo le persone che vi sono ritratte. In una nuova vista che velocizza il processo di organizzazione, Aperture 3 mostra i volti che sono stati riconosciuti ma a cui non è stato ancora attribuito un nome. ‘Places’ permette di esplorare le foto a seconda di dove sono state scattate, e, come in iPhoto, ‘Places’ traduce i dati di geocodifica GPS in luoghi facilmente riconoscibili per l’utente. In Aperture 3 è possibile assegnare i luoghi semplicemente trascinando e lasciando le foto su una cartina o utilizzando le informazioni sul luogo fornite dalle macchine fotografiche con tecnologia GPS, da dispositivi di tracciamento o dalle tue foto scattate con iPhone.

La nuova funzionalità Brushes permette di aggiungere ritocchi professionali alle foto semplicemente dipingendo gli effetti sull’immagine. Aperture 3 include 15 Quick Brushes che effettuano le funzioni più utili come Dodge (Scherma), Burn (Brucia), Polarize (Polarizza) e Blur (Sfoca), senza la complessità dei livelli o delle maschere. Brushes è in grado di rilevare automaticamente i bordi nelle immagini per permettee di applicare o togliere effetti esattamente dove desiderato. Aperture 3 include dozzine di Adjustment Presets (Ritocchi Predefiniti) che applicano uno stile o un look specifico all’intera immagine con un solo click. E’ poi possibile creare impostazioni personalizzate o esplorare le tecniche di altri fotografi importando le loro.

Aperture 3 semplifica la condivisione del lavoro con nuove sequenze di presentazione che integrano foto, audio, testi, e video HD. E’ possibile selezionare uno dei sei temi ideati da Apple o scegliere le transizioni personali, gli sfondi, i bordi e i titoli, oltre che aggiungere la colonna sonora.

Prezzi e Disponibilità

Aperture 3 è disponibile attraverso AppleStore al prezzo di 199 euro iva inclusa e gli attuali utenti Aperture possono aggiornare il software ad un prezzo di 99 euro Iva inclusa. Una versione prova di 30 giorni è disponibile per il download questa pagina . Aperture 3 gira come applicativo a 64-bit per Mac OS X Snow Leopard sui Mac con processori Intel Core 2 Duo. La lista completa dei requisiti di sistema, i tutorial online e ulteriori informazioni su Aperture 3 si possono trovare in questa pagina.

Nobuyoshi Araki

Nobuyoshi Araki

L’ Asia Erotica

Nato a Tokyo, il 25 maggio 1940, rappresenta uno dei più controversi e rappresentativi artisti della contemporaneità  che dopo un breve esordio nella pittura è poi passato alla fotografia prediligendola quale forma quasi esclusiva della propria espressività . Dopo aver studiato fotografia, si trasferì per lavoro a Dentsu, presso un’agenzia pubblicitaria, dove conobbe la sua futura sposa Yoko Aoki.

Nel 1971 Araki pubblicò una raccolta di fotografie (Sentimental journey, 1971) scattate alla moglie durante il loro viaggio di nozze, questa esperianza lo porterà ad approfondire sempre di più il nudo e in particolare il corpo femminile, sino a raggiungere la celebrità.

Araki è noto per i suoi reportage sull’industria del sesso giapponese. Negli anni ‘80 focalizzò la sua attenzione su Kabukicho, storica zona a luci rosse di Shinjuku, un quartiere di Tokyo . Tokyo è il suo palcoscenico le donne il suo copione.  Uno dei suoi temi fondamentali è il sottile confine che separa la vita dalla morte, il bene dal male, il sacro dal profano. Le sue donne sono quasi sempre poco vestite, legate o imbavagliate, ammiccanti, provocanti e persino demoniache.

Considerato come l’artista dei grandi numeri ha al suo attivo oltre oltre 16.000 fotografie scattate in un decennio, 200 mostre personali e 150 collettive ed oltre 400 pubblicazioni tra cataloghi, monografie, mostre in musei e gallerie internazionali.

Dice di se : “Quando faccio il kinbaku a una donna, instauro con lei una relazione molto intima, soprattutto se non la conosco ancora. È la trasformazione che mi affascina, sia quella fisica, del corpo, che quella del rapporto interpersonale, l’intimità che si crea. In più non mi piace scattare troppo da vicino. Quando si è troppo vicini non riesci a vedere bene. Tenere la distanza aiuta a conoscersi meglio. Faccio così anche coi miei fiori. Con la fotografia mi rendo interprete della vita e delle donne”

Approfondimenti :

- Sito ufficale www.arakinobuyoshi.com

- Intervista     \” Le Donne di Araki \”

- WikiArt         Araki Nobuyoshi

- Articolo         interessante

Halsman vs Stop Motion

di Valerio Corciulo

Se guardo al secolo che da qualche anno abbiamo lasciato non posso fare a meno di pensare a quello che è stata la fotografia del XX secolo, grazie chiaramente ai fotografi dell’ epoca. In particolare, secondo me, ce n’è uno che che li può rappresentare tutti: Philippe Halsman, sicuramente tra i più grandi e fantasiosi ritrattisti del 1900. Halsman con le sue originalissime opere, tra tutte “Salti Famosi” (fotografie di personaggi noti, colte mentre spiccano il balzo davanti all’ obiettivo) e la sua vena surrealistica che rimanda alla sua amicizia con Salvador Dalì con il quale collabora per più di 30 anni, ci mostra la vera arte fotografica e il lavoro che c’è dietro ogni singolo scatto. Oggi invece se ci facciamo caso in ogni momento della nostra vita, dalle cerimonie ai semplici passaggi di vita quotidiana, c’ è sempre una fotocamera che scatta; se riuscissimo per assurdo a raccogliere tutti gli scatti che ci riguardano, alla fine ognuno di noi si ritroverebbe con lo “Stop Motion” della propria vita.

Non basta scattare bisogna metterci l’ anima, analogico o digitale deve essere questo lo spirito.

Halsman Philippe, Dalì Atomicus, 1948

Oltre la realtà

Tendenze nella fotografia contemporanea

di Rosa Maria Puglisi   

Parlare delle attuali tendenze della fotografia contemporanea è quanto mai arduo per diversi motivi. Innanzi tutto perché c’è sempre una concreta difficoltà di prospettiva nel dover approcciare qualcosa che al presente è in fieri e, se possiamo agevolmente individuare quelle che sono state le matrici dei fenomeni in atto, ben più complicato è non soltanto il prevederne gli esiti, ma persino comprenderne a fondo le attuali manifestazioni.

Si tratta, infatti, di scommettere sul futuro e di isolare nel presente all’interno di una situazione fluida e apparentemente frammentaria le opzioni che si svilupperanno e avranno dunque senso nel dipanarsi di un percorso, di cui solo a posteriori potremo cogliere la coerenza, considerandolo addirittura scontato. Solo allontanandosi nel tempo ed entrando in una prospettiva storica potremmo parlare concretamente (prendendone atto non più cercando di prevederle) di quelle che “sono state” le tendenze di un fenomeno.

Diversamente possiamo solo formulare ipotesi, fondate su dati che sono quelli forniti dagli attuali maggiori canali di diffusione dell’informazione, in questo caso quelli legati al mercato, rischiando sempre di tralasciare realtà meno conosciute ma non per questo inesistenti o meno interessanti, le quali potrebbero in un futuro essere riscoperte e rivalutate criticamente tanto da divenire a loro volta premesse di future tendenze. Un’altra difficoltà consiste nel delimitare in maniera adeguata il nostro campo di riflessione.

Cosa ricada oggi all’interno della fotografia vera e propria e cosa all’interno dell’arte contemporanea (ammesso che abbia ancora un senso fare simili distinzioni) non è ben chiaro, e lo è diventato ancor meno con l’avvento delle tecnologie digitali. A volte non è davvero facile distinguere quali ricerche siano ancora da considerare prettamente fotografiche e quali siano da ritenersi un’indagine artistica, che della fotografia si avvale solo come strumento.

Potrebbe sembrare strano affermarlo, se si tiene conto dell’ostilità che fin dalla sua invenzione ha dovuto affrontare la fotografia ogni qual volta si sia tentato di apparentarla all’arte, ma è un dato di fatto: oggi essa è fra i mezzi prediletti dagli artisti contemporanei, grazie soprattutto all’atteggiamento concettuale, che in campo artistico è prevalso a partire dalla fine degli anni Sessanta. Assunto fondamentale dell’arte concettuale, in tutte le sue espressioni, era infatti che l’Arte “in sé” non risiede tanto nella forma (o nell’oggetto) che la estrinseca – men che meno in tecniche accreditate dalla tradizione – quanto nei “concetti”, e che questi ultimi possono essere veicolati da qualsivoglia mezzo, compresa ovviamente la fotografia.

Fotografia, che già nel periodo storico del Concettualismo sembrava pronta a recepire le istanze metalinguistiche sulle quali gli artisti indagavano. Intorno agli anni Settanta da queste premesse nascono, ad esempio, le “Verifiche” di Ugo Mulas, nonché l’articolata ricerca di Franco Vaccari a partire dalla tecnica fotografica fino alla teorizzazione di un “immaginario collettivo”, da questa creato; esperienze molto diverse fra loro, che però sono accomunate dall’esigenza di rimeditare le potenzialità e l’essenza stessa del medium fotografia, di là dalla pura e semplice “rappresentazione” del reale.

Superata dunque, almeno in apparenza, la polemica sull’accettabilità della fotografia nel pantheon delle arti maggiori, dove è ormai entrata a pieno titolo almeno in quanto mezzo, salvo poi rimetterne periodicamente in discussione lo statuto di linguaggio artistico autonomo, la fotografia vive oggi un periodo di particolare fortuna critica e commerciale: gallerie e luoghi istituzionali tradizionalmente riservati alla cosiddetta arte con la A maiuscola aprono sempre più spesso a mostre fotografiche; si assiste a un proliferare di festival dedicati alla fotografia; stampe di scatti appartenenti ai generi e ai periodi più disparati vengono battute presso celebri case d’aste a prezzi stratosferici; i nomi di celebri fotografi del XX secolo, che mai si son dichiarati artisti, ma le cui ricerche sono state riconosciute imparentate ad un trend artistico dominante, appaiono in pubblicazioni dedicate all’arte contemporanea.

Per incontrare le esigenze del mercato artistico che l’ha accolta nelle sue più prestigiose “vetrine” mondiali, la fotografia di questi anni d’inizio secolo si è spesso proposta in una veste più patinata ed esclusiva, da “vero oggetto d’arte”, il che è stato favorito dall’accettazione delle tecnologie digitali; ciò, fra l’altro, ha comportato come fenomeno più appariscente l’adozione di formati di stampa molto grandi (ma anche a una preferenza dell’immagine a colori), che potessero anche soddisfare le esigenze dei collezionisti, i quali sempre più investono nella fotografia.

Eredi delle posizioni concettuali, e di una ricerca sempre più volta a sviscerare la componente comunicativa, piuttosto che quella costitutiva di un linguaggio fotografico – acquisito ormai come premessa assiomatica, sull’ambiguità del quale solo i critici possono ancora e sempre con minor convinzione disquisire – gli “artisti della fotografia” (quelli che sono fotografi perché hanno eletto la fotografia ad unico medium), si trovano oggi a condividere con gli altri “artisti” (quelli che preferiscono spaziare nella complessità di vari mezzi o si attengono alle tradizionali arti visive) tensioni legate al periodo storico presente, che stanno portando l’arte (in tutti i suoi aspetti) verso forme d’espressione disparate, ma accomunate da alcuni elementi fondamentali, fra questi risalta una tendenza generale alla narrazione (termine, questo, soggetto a molte implicazioni interpretative), ma anche alla finzione; e soprattutto un sempre più evidente allontanamento dal reale, che – nel caso della fotografia – da una parte confuta ogni residua pretesa di assimilarla ad uno “specchio della realtà”, dall’altra intende rivelare i meccanismi, e finanche i pericoli, insiti nella comunicazione fotografico-visiva.

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© Massimo Vitali, Lernpark, 2000 (180×220 cm C-print in dibond sandwich)

Totalmente legata a questo aspetto della fotografia è, ad esempio, l’opera di Joan Fontcuberta, il quale partendo dal presupposto che ogni immagine sottende – se non altro – una convenzione culturale e che per questo bisogna imparare a conoscere il “vocabolario fotografico” (gli elementi che compongono l’immagine al di là della sua evidenza di rappresentazione), col suo lavoro di de-costruzione, attuato talora attraverso gli espedienti di una giocosa finzione, mette in guardia dai rischi di manipolazione dell’immagine fotografica – non solo quelli meramente legati all’aspetto estetico dell’immagine, ma anche quelli legati alla comunicazione – e alla sua lettura, memore della sua esperienza autobiografica, di spagnolo (anzi catalano) cresciuto nel clima della censura e della propaganda franchista, e della sua formazione professionale come giornalista e pubblicitario (lavori che, senza mezze misure, egli definisce «magnifiche scuole di menzogna, d’illusione e di simulazione»).

Finzione e narrazione sono, oltretutto, elementi imprescindibili nelle sue serie fotografiche. Questo particolare interesse alla narrazione è, per altro, affermato da Eleanor Heartney, studiosa della contemporaneità, che in Art & Today (pubblicato da Phaidon) sottolinea un clima generale di grande fluidità per quanto riguarda i confini fra le varie espressioni artistiche, e tenta di dipanare un percorso critico attraverso un lungo elenco di artisti scelti ad esemplificare ciascuna delle principali tendenze odierne.

“Narrative” (narrazione) è il titolo di uno dei capitoli del libro, quello in cui appaiono soprattutto nomi di fotografi, per la verità soprattutto di fotografe; ma basta dare una rapida scorsa a questi nomi (Cindy Sherman, Gregory Crewdson, Anna Gaskell, Nan Goldin) per capire come il concetto di narrazione possa essere ampio ed includere in sé esperienze molto diverse: la “staged photography”, densa di riferimenti alla “teatralità” del cinema, che attinge spesso al senso di turbamento interiore (unheimlich in termini psicoanalitici) provato dallo spettatore dinnanzi a qualcosa di non totalmente spiegabile all’interno della realtà conosciuta; l’indagine sull’identità di genere; e l’autobiografia.

Le poetiche dei personaggi citati, in particolare quelle delle tre donne, tuttavia, se esaminate più da vicino, slittano inavvertitamente l’una nell’altra, ed introducono una particolare accezione (che negli ultimi anni ha avuto grande seguito) di questo atteggiamento “narrativo”: l’indagine su se stessi, la definizione del sé in rapporto al mondo esterno, la finzione di un habitus sociale, il racconto intimo. È un approccio estremamente soggettivo, che pervade molta della fotografia contemporanea; e in un certo senso, si può dire che, se la fotografia è diventata narrativa, suo soggetto principale è oggi il fotografo, di cui risuona alta la voce narrante in ogni sua manifestazione, persino nel reportage, che sempre più spesso è costruito come una storia, interpretata soggettivamente e con una forte componente di stilemi autoriali.

Con l’affermarsi di una simile visione soggettiva ancora una volta i fotografi non fanno che ribadire lo scollamento della fotografia rispetto a una realtà, che dalla fotografia stessa si pretenderebbe letteralmente riportata. Uno scollamento dal dato reale che, a prescindere dalle tecniche usate dagli autori può essere totale, come nelle allegorie macabre di Joel-Peter Witkin (frutto di mezzi tradizionali), o più velato, come nelle immagini di Andreas Gursky (frutto della tecnologia digitale), dove le forzature verso la fotogenia dei luoghi riportati, agli occhi di uno spettatore assuefatto alla moderna comunicazione visiva, appaiono congrue alla realtà. O, almeno, ai suoi codici di rappresentazione.

Indubbiamente l’idea che la fotografia sia da annoverarsi all’interno dell’arte contemporanea ha favorito tanto un’inclinazione alla soggettività, quanto un allontanamento dalla realtà verso le ricerche di tipo meta-fotografico. Si tratta, però, d’indagini di natura molto diversa rispetto alle citate esperienze degli anni Settanta, che ormai costituiscono un patrimonio culturale acquisito dai fotografi contemporanei.

Oggi non sono più, infatti, in questione gli elementi basilari, costitutivi, della tecnica fotografica, né il discorso di una fruizione attiva del medium (ricordiamo ancora Mulas e Vaccari), le nuove domande che l’artista si pone oggi, e pone al suo pubblico, riguardano semmai il “processo fotografico”, che si è dilatato dal progetto, attraverso la scelta del formato e dei materiali, fino alla produzione di un oggetto d’arte commercializzabile, come nel caso di Massimo Vitali, uno dei pochi – forse il solo – fra gli artisti-fotografi italiani contemporanei ad esser celebre a livello internazionale.

O magari riguardano qualcosa che risale oltre la fotografia verso la percezione visiva e la creazione di significati a partire da una distorsione dei dati visivi, come nel caso di Olivo Barbieri. Giunti qui, per offrire un quadro ancor più completo di questo frammentato panorama, dobbiamo senz’altro menzionare una più recente, e non del tutto delineata, tendenza a riscoprire la “forma”, che va manifestandosi nei fotografi contemporanei e sfocia in alcuni casi nella pura astrazione, come nelle immagini di Eileen Quinlan; in un ennesimo tentativo di staccarsi dalla realtà.

Viene voglia di chiedersi, infine, se tale atteggiamento così ampiamente condiviso, al di là delle singole individualità autoriali, sia una semplice scelta artistica coerente a un dato processo di sviluppo storicoartistico, o se non si tratti, invece, di un tentativo di “fuga dalla realtà”, con il quale questi artisti interpretano il mondo, esprimendo ancora una volta in maniera soggettiva una condivisibile reazione alle problematiche, e alle inquietanti incognite, che ci propone l’inizio del nuovo millennio.

Roma, 31 Gennaio 2009

Fonte :lacritica.net

Dall’analogico al digitale: una (non) rivoluzione solo commerciale


Dall’analogico al digitale: una (non) rivoluzione solo commerciale

a cura di Salvatore Pucci – D.a.m.s. Bologna

Nel 1969 due ingegneri dei laboratori Bell crearono un dispositivo ad accoppiamento di carica denominato CCD (Charge coupled device) i due ricercatori, Smith e Boyle pensavano di creare un apparecchio per la video chiamata, di cui il CCD avrebbe dovuto catturare le immagini e trasmetterle . da quel momento se pur con le dovute evoluzioni si diede il via alla nuova era della fotografia: quella Digitale. Ora la mia teoria da esperto e studioso del settore è che non sia avvenuto nessun cambiamento, nulla, è cambiato dal passaggio tra l’analogico e il digitale. Quando la fotografia nacque per l’intuizione di varie persone, si basava su alcuni fondamenti fisici, chimici e pittorici. Esattamente una macchina fotografica analogica funziona in questo modo: la luce attraversa l’obiettivo e la sua forza fa raggruppare gli atomi di cristalli bromuro d’argento contenuti nell’emulsione di cui la pellicola è cosparsa. Maggiore sarà l’intensità della luce, maggiore sarà la densità in cui si raggrupperanno i cristalli, procedimento del tutto simile a quello che succede in una macchina digitale.  Qui la luce dopo aver attraversato l’obiettivo colpisce un microchip di silicio ricoperto da una serie di piccoli elettrodi chiamati photosite disposti su una griglia più o meno, fittale cui caselle prendono il nome di pixel al momento dello scatto, la superficie del CCD viene caricata da elettroni quali sotto l’azione della luce si raggruppano sui vari photosite. Come per gli atomi di cristalli di bromuro d’argento anche sui photoside maggiore sarà l’intensità della luce e maggiore sarà la loro densità di raggruppamento. Fin qui i due sistemi sono simili se non uguali nella loro funzione. La differenza arriva nel passaggio successivo che nell’analogico avviene con lo sviluppo e stampa nel digitale succede che elettronicamente vengono conteggiati i photosite caricati dalla luce e trasferiti dal CCD ad altre parti della macchina che trasformano il segnale analogico in digitale facendo cosi tornare il CCD vergine pronto a tornare a catturare la luce. Come si può anche intuitivamente comprendere da questa sintetica descrizione, il funzionamento del CCD è molto simile a quello della pellicola e che l’unica proprietà che manca al CCD è quella di memorizzazione, possiamo dire che il CCD è come una pellicola eterna o uno scanner dove una volta catturata un’immagine torna alla sua funzione senza bisogno di altri processi.

Tutta questa rincorsa alla novità nel settore fotografico è stata sfruttata solo a fini commerciali basti pensare alla rincorsa dei magapixel. indubbiamente le nuove macchine rendono la fotografia più facile da usare e permettono cose che prima solo mani esperte potevano riuscire a fare, ma non hanno aggiunto nulla alla fotografia che prima non esistesse, non c’è stata nessuna rivoluzione in campo fotografico. in più c’è da dire che la prima fotografia della storia io posso fruirla anche adesso perché uso gli occhi, una fotografia in formato digitale archiviata su un vecchio floppy non posso più visualizzarla per via dell’evoluzione informatica. La vera rivoluzione sarà quando seduto nella mia stanza riuscirò a fotografare un albero che non posso vedere, li avverrà la vera rivoluzione, perché in quel momento verrà meno il noema, l’anima della fotografia che è il’è stato’ cioè il fatto che la foto testimoni il visibile. Ovvio: manipolazioni e fotomontaggi permettendo.

Un caso artistico: digitale verso analogico

Tra il 2002 e il 2003 Hiroyuki Masuyana, un artista giapponese ha fotografato diverse vette delle alpi centrali e cosi ha raccontato la sua esperienza:<<ho girato le alpi ho fotografato varie montagne come Jungfrau e il Mettrhorn da varie località. Ho poi messo insieme circa 300 fotogrammi per creare una montagna immaginaria nata nella mia memoria ALPEN N°2 >>.oltre a quella di Sella l’impresa dell’artista giapponese ricordai fotomontaggi illusionistici creati da Oscar Gustave Rajlander a metà dell’ottocento. Mettendo insieme minuziosamente tra loro fotogrammi diversi, addirittura trenta nella sua opera più famosa Le 2 strade della vita del 1857,Rajlander costruiva realtà fantastiche occupando lo spazio che si pensava ad appannaggio della pittura, senza per questo rinunciare al senso di verità che la fotografia riusciva ad esprimere allo stesso modo l’artista giapponese, ha fotografato la propria memoria, ha fuso insieme vari frammenti di ricordo, fino a ritrarre quella montagna incantata che si alza maestosa della geografia dell’immaginario.

Questi due esempi aiutano molto a capire come il digitale non sia altro che una facilitazione della fotografia ma non certo una rivoluzione. Ho usato apposta il fotomontaggio visto che ormai tutti, con i vari programmi di fotoritocco possono manipolare le proprie immagini ma non certo una tecnica nata col digitale. Il grande merito del digitale è che ha reso alla portata di tutti ciò che prima era solo per pochi .

le2strade

Oscar G. Rejlander  ” Le 2 strade della vita ” 1857

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Style@phone

La fotografia è probabilmente fra tutte le forme d’arte la più accessibile e la più gratificante.Può registrare volti o avvenimenti oppure narrare una storia. Può sorprendere, divertire ed educare.

Può cogliere, e comunicare, emozioni e documentare qualsiasi dettaglio con rapidità e precisione. (John Hedgecoe)

In the Street of … Ireland

E’ inutile dire che io amo fotografare la strada,è sempre piena di spunti di situazioni di gente…ed è proprio la gente comune che ho voluto ritrarre in questi scatti,come già avevo fatto con “Urban Polaroid” , questi scatti sono totalmente rubati,fatti con la SRL al collo e per la maggior parte delle volte con un 18mm.

La Gente ritratta nelle mie immagini è la gente che tutti i giorni animava le vie di Cork,Dublino e Kilkenny…. Gente d’Irlanda

Questi scatti sono solo una parte del lavoro,spero quanto prima di riuscire a pubblicare anche gli altri.

Cliccate sull’immagine per visualizzare gli scatti.

In teh street of ireland.png

Francesco Orlandini

@ Ireland “Cork-Dublio-Kilkenny”

Frenesie Pendolari

Urban Dinamic Street Photo


Ci sono dei momenti durante la giornata che mi ritrovo immerso in quello che è il flusso inarrestabile dei pendolari all’uscita della Metro .. Più di una volta sono rimasto fermo lì a guardare il comportamento di queste persone che sembrano essere trasportate da una frenesia giornaliera.


Ho voluto fotografarla,e questo è quello che succede tutti i giorni alla fermata di Termini a Roma …


Francesco Orlandini Photographer
@ Metro Termini Roma

JR ” WOMEN ARE HEROES”



Dopo Portrait of a Generation e Face 2 Face, il giovane fotografo francese noto come JR è impegnato fino al 2009 con il progetto 28 Millimetres: Women, per il quale fotografa con un obiettivo 28 millimetri, i volti e gli sguardi di tutte quelle donne vittime di soprusi, violenze e discriminazione, gli stessi volti e sguardi con i quali realizza grandi installazioni, appendendone le foto sulle pareti del paese che abitano.

A Rio de Janeiro, la struttura e l’ambiente delle favellas, dove le donne si confrontano quotidianamente con crimine, violenza e repressione, ha dato un impatto notevole all’installazione che vedete nella prima foto della gallery. Dopo Soudan, Sierra Leone, Liberia e Kenia, recandosi anche in India, Cambogia, Laos, Marcs e di nuovo in Kenia, JR porta avanti un progetto teso a dare rilevanza e dignità alla condizione femminile, suscitando reazioni nelle popolazioni locali e in quelle occidentali, attraverso mostre come quella a Bruxelles nel marzo 2008, a Londra e a Parigi nel 2009.

Ogni scatto in bianco e nero è un viaggio nel volto e nella vita di una donna, le installazioni fanno riflettere e il progetto che le anima non lascerebbe indifferente neanche un misogino, quindi vi rimando al sito dell’iniziativa per un bel viaggio esplorativo.

Sul Sito si posso ammirare tutte le foto comprese quelle dell’istallazione a Parigi.

http://www.jr-art.net/

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