Dall’analogico al digitale: una (non) rivoluzione solo commerciale


Dall’analogico al digitale: una (non) rivoluzione solo commerciale

a cura di Salvatore Pucci – D.a.m.s. Bologna

Nel 1969 due ingegneri dei laboratori Bell crearono un dispositivo ad accoppiamento di carica denominato CCD (Charge coupled device) i due ricercatori, Smith e Boyle pensavano di creare un apparecchio per la video chiamata, di cui il CCD avrebbe dovuto catturare le immagini e trasmetterle . da quel momento se pur con le dovute evoluzioni si diede il via alla nuova era della fotografia: quella Digitale. Ora la mia teoria da esperto e studioso del settore è che non sia avvenuto nessun cambiamento, nulla, è cambiato dal passaggio tra l’analogico e il digitale. Quando la fotografia nacque per l’intuizione di varie persone, si basava su alcuni fondamenti fisici, chimici e pittorici. Esattamente una macchina fotografica analogica funziona in questo modo: la luce attraversa l’obiettivo e la sua forza fa raggruppare gli atomi di cristalli bromuro d’argento contenuti nell’emulsione di cui la pellicola è cosparsa. Maggiore sarà l’intensità della luce, maggiore sarà la densità in cui si raggrupperanno i cristalli, procedimento del tutto simile a quello che succede in una macchina digitale.  Qui la luce dopo aver attraversato l’obiettivo colpisce un microchip di silicio ricoperto da una serie di piccoli elettrodi chiamati photosite disposti su una griglia più o meno, fittale cui caselle prendono il nome di pixel al momento dello scatto, la superficie del CCD viene caricata da elettroni quali sotto l’azione della luce si raggruppano sui vari photosite. Come per gli atomi di cristalli di bromuro d’argento anche sui photoside maggiore sarà l’intensità della luce e maggiore sarà la loro densità di raggruppamento. Fin qui i due sistemi sono simili se non uguali nella loro funzione. La differenza arriva nel passaggio successivo che nell’analogico avviene con lo sviluppo e stampa nel digitale succede che elettronicamente vengono conteggiati i photosite caricati dalla luce e trasferiti dal CCD ad altre parti della macchina che trasformano il segnale analogico in digitale facendo cosi tornare il CCD vergine pronto a tornare a catturare la luce. Come si può anche intuitivamente comprendere da questa sintetica descrizione, il funzionamento del CCD è molto simile a quello della pellicola e che l’unica proprietà che manca al CCD è quella di memorizzazione, possiamo dire che il CCD è come una pellicola eterna o uno scanner dove una volta catturata un’immagine torna alla sua funzione senza bisogno di altri processi.

Tutta questa rincorsa alla novità nel settore fotografico è stata sfruttata solo a fini commerciali basti pensare alla rincorsa dei magapixel. indubbiamente le nuove macchine rendono la fotografia più facile da usare e permettono cose che prima solo mani esperte potevano riuscire a fare, ma non hanno aggiunto nulla alla fotografia che prima non esistesse, non c’è stata nessuna rivoluzione in campo fotografico. in più c’è da dire che la prima fotografia della storia io posso fruirla anche adesso perché uso gli occhi, una fotografia in formato digitale archiviata su un vecchio floppy non posso più visualizzarla per via dell’evoluzione informatica. La vera rivoluzione sarà quando seduto nella mia stanza riuscirò a fotografare un albero che non posso vedere, li avverrà la vera rivoluzione, perché in quel momento verrà meno il noema, l’anima della fotografia che è il’è stato’ cioè il fatto che la foto testimoni il visibile. Ovvio: manipolazioni e fotomontaggi permettendo.

Un caso artistico: digitale verso analogico

Tra il 2002 e il 2003 Hiroyuki Masuyana, un artista giapponese ha fotografato diverse vette delle alpi centrali e cosi ha raccontato la sua esperienza:<<ho girato le alpi ho fotografato varie montagne come Jungfrau e il Mettrhorn da varie località. Ho poi messo insieme circa 300 fotogrammi per creare una montagna immaginaria nata nella mia memoria ALPEN N°2 >>.oltre a quella di Sella l’impresa dell’artista giapponese ricordai fotomontaggi illusionistici creati da Oscar Gustave Rajlander a metà dell’ottocento. Mettendo insieme minuziosamente tra loro fotogrammi diversi, addirittura trenta nella sua opera più famosa Le 2 strade della vita del 1857,Rajlander costruiva realtà fantastiche occupando lo spazio che si pensava ad appannaggio della pittura, senza per questo rinunciare al senso di verità che la fotografia riusciva ad esprimere allo stesso modo l’artista giapponese, ha fotografato la propria memoria, ha fuso insieme vari frammenti di ricordo, fino a ritrarre quella montagna incantata che si alza maestosa della geografia dell’immaginario.

Questi due esempi aiutano molto a capire come il digitale non sia altro che una facilitazione della fotografia ma non certo una rivoluzione. Ho usato apposta il fotomontaggio visto che ormai tutti, con i vari programmi di fotoritocco possono manipolare le proprie immagini ma non certo una tecnica nata col digitale. Il grande merito del digitale è che ha reso alla portata di tutti ciò che prima era solo per pochi .

le2strade

Oscar G. Rejlander  ” Le 2 strade della vita ” 1857

Technorati Tags: , , , , ,

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: